
Messier 88
Spesso pensiamo che il nulla rappresenti una condizione di vuoto, dove le persone e le cose non abbiano una loro utilità. Così la nullità si manifesta come un involucro dove trattenere ogni desiderio, una cella camuffata da rifugio, meta di un traguardo trascurato. Dunque, nell’inutile si cela una dimensione di significato che non ha una definizione precisa di valore. Si è il nulla per qualcosa o qualcuno, si è qualcosa perché funzionali a un risultato.
L’utilità non è soltanto la differenza tra un costo e un ricavo, soprattutto quando si tratta del racconto di un’esistenza. Perciò, siamo uno scopo senza capire il nostro scopo? Le conseguenze di ciò che siamo sono un disegno impreciso di un vantaggio che spesso non c’è. Così la nullità si tramuta in una forma di distrazione che inganna i nostri sensi, i nostri consensi. Indossiamo quotidianamente dei vestiti che non abbiamo scelto se non in funzione della percezione del desiderio che noi sentiamo.
Facciamo molte distinzioni tra ciò che riteniamo meritevole di attenzione, voli pindarici tra sogni e realtà, e ciò che riteniamo privo di ogni interesse. Cadiamo nel tranello di rappresentare nel mondo un ruolo da protagonista quando in verità siamo soltanto il riflesso di qualcosa che manipola il nostro stesso essere. Così la nullità si impossessa di noi nella sua costituzione più subdola, l’inconsapevolezza. Agiamo confusamente, pensando di essere utili, di essere fondamentali come se il nostro contributo fosse determinante per raggiungere un obiettivo. Ma la nullità ammonisce le nostre convinzioni di partecipazione e riporta a terra le nostre illusioni. Tuttavia, il senso dell’agire si trova nello scrigno dell’utilità? La destinazione di un viaggio non è la sua riconosciuta accettazione ma la sua reale progettazione.
Si diventa consapevoli di sé stessi e del proprio talento nel momento in cui sleghiamo le nostre convinzioni dalle convenzioni. Si è liberi di essere, di diventare senso e valore, quando la nostra esistenza non è più l’affermazione di forze estranee al nostro sentire. Dunque, non possiamo ritenerci delle semplici assenze perché il nostro riconoscimento è fondato sul principio dell’utilità. Il vuoto è l’attesa di divenire significato, ma il nulla non è il vuoto di un’attesa, bensì un’alterazione di ciò che siamo. I contorni che delineano la nostra esistenza sono confini dettati dal riconoscimento espresso che può assumere significato solo se accostato a un risultato. Così la presenza come la nullità non si affermano come poli opposti che si contrastano o come stelle lontane che si riflettono, piuttosto orbitano l’una attorno all’altra, in attesa di definirsi e inevitabilmente di ferirsi. Smarriamo il senso del nostro divenire quando la sostanza di ciò che siamo deve necessariamente ricevere un’approvazione, come se il passaggio tra il nulla, l’inutile, il non riconosciuto sia un prodotto confezionato soltanto da esporre alla presenza del definito.
Sono le parole, nella loro potenza, a correre in nostro soccorso. Io sono, tu sei, il verbo, l’essere si riconosce con la parola perché la presenza non è sufficiente a sostanziare il suo agire anche quando apparentemente estraneo al mondo, all’universo. Il passato dell’«io sono stato» conferma il nostro viaggio, mentre il futuro dell’«io sarò» ci ricorda di essere perennemente incompiuti e alla ricerca del nostro senso. Il nostro spazio di autenticità non viene certificato da un’accettazione ma dalla consapevolezza di essere quell’«io sono». E non c’è nulla da fare: se il vuoto è qualcosa da colmare, il tempo sembra orchestrare questo inutile soggiornare alla ricerca di un utile da governare. “Io sono” e questo è tutto il nulla da abbracciare, da cullare…
Francesco Colia
















