
Immagine tratta da Akira (1988)
Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è un male senza radici. E proprio perché non ha radici, questo male non conosce limiti.
Hannah Arendt
Non è un semplice contratto: è un tratto che, stupidamente, resta sempre distratto. Ci sono
torri che scrutano l’avvenire, avamposti sicuri dove nascondere ogni genere di paura. Ma
la paura dimora nel male, o è il male a rifugiarsi nella paura? È difficile definire il male
quando tutto ciò che lo caratterizza viene ridotto a una semplice accettazione, a una
sopportazione quasi automatica.
Il male sembra tracciare confini fragili, facili da superare, perché ogni cosa deve trovare lo
spazio in cui prosperare. Spesso la percezione del male cambia in base alla sua distanza:
più ciò che è lontano appare innocuo, più il male ci sembra una sciocchezza trascurabile.
La distanza diventa così la soluzione più congeniale per allontanare ogni briciola di paura.
Ma il male respinto, allontanato, può albergare dentro di noi sotto forma di idea? Sono
spesso i pensieri più profondi, quelli radicati nel nostro essere, ad alimentare certe idee,
trasformandole in verità distorte. Così progettiamo mondi apparentemente luminosi, ma
essenzialmente ingannevoli, sostenuti da convinzioni che crediamo solide.
Il male può manifestarsi in molti modi: in una decisione concreta, priva di ripensamenti o
coscienza; oppure può sedimentare nella mente e diventare, nel tempo, un compagno con
cui dialogare in modo spietato e distaccato. Il male non è solo la capacità di ferire o
annientare: è l’idea che qualcosa di tremendamente sbagliato possa essere considerato
legittimo, giusto, persino necessario.
È difficile tracciare un confine tra ciò che è malvagio e ciò che non lo è, perché quando
entrano in gioco desideri, ambizioni, paure e debolezze, tutto può sembrare lecito,
accettabile, se non addirittura sostenibile con orgoglio e determinazione. Le nubi grigie
non sono soltanto messaggeri cupi colmi d’acqua: il loro viaggio è un piano ben
orchestrato per nascondere la luce.
E dove c’è luce, si corre anche il rischio di bruciare ogni possibilità di comprensione. La
conoscenza non è un territorio stabile, ma un progetto incerto di convinzioni, in cui ogni
diversità può trasformarsi in ostacolo o nemico. Difendiamo i confini con inflessibilità,
tracciando linee che nascono dalla paura e costruendo zone rassicuranti dove crediamo di
abitare noi stessi, mentre in realtà si ritira l’umanità.
L’umano non è più un modello su cui fondare una civiltà, perché il potere — forza che
soggioga e acceca — prevale su ogni possibilità di comprensione. Così il male resta
latente in noi, finché continueremo a lasciarci guidare dal desiderio di benessere e
dall’egoismo.
L’essere, quell’enigma che pulsa dentro di noi, dovrebbe allontanarsi dal male — da quello
che rivolgiamo a noi stessi e da quello che infliggiamo agli altri. Ma la paura, l’angoscia di smarrire le certezze che costruiamo giorno dopo giorno, finisce per spegnere la nostra
empatia e assottigliare la sensibilità verso il mondo e verso noi stessi.
Dunque: è il male che avvelena l’essere, o è l’essere che può assumere la forma cinica
dell’ottenere a ogni costo? Il potere della scelta e la difficoltà del saper rinunciare nascono
dalla nostra immedesimazione nel mondo; ma se la comprensione emotiva si riduce a una
brezza di parole, tutto diventa caos, e il bene non è che una semplice parola.
Così il futuro appare come un quadro esposto solo per pochi, mentre la speranza resta
fuori da ogni possibile volontà. È il tempo della dissimulazione, della manipolazione, della
negazione: ogni principio è una colonna che si sgretola e difficilmente si salva.
L’orizzonte è distante; è comprensibile l’imperfezione dell’essere, che diventa la
meccanica di un mondo mutato in un giocattolo sabotato. Così si resta alla ricerca di un
senso anche nell’abisso del progresso, una strada indicata e raramente ragionata.
Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.
Friedrich Wilhelm Nietzsche
Francesco Colia
















