
La cellula
È illusorio e tragicamente oppressivo pensare che tutto possa avere un corso favorevole.
Quante implosioni restano nascoste nel silenzio dell’accadere, dove ogni azione mira a catturare il vuoto del cadere. Eppure, una catena di vulcani attraversa il nostro comune sentire, pronta a eruttare nei momenti più disperati. Il nostro magma di emozioni si divincola lentamente, lasciando segni profondi e pensieri inquieti. Come possiamo restare immuni alla pioggia che incessantemente bagna i nostri sogni? Così balziamo come creature in preda al panico, cercando un senso nella follia del consenso, un briciolo di ragione in questo spazio di approvazione.
La lava delle nostre occasioni segue rotte incontrollabili, attraversando luoghi deformati dal peso del dovere. Il mondo resta inerme, spettatore di uno spettacolo poco gratificante e spesso asfissiante. Tutto è pervaso dall’impotenza, dal fragile vedere ciò che non si vuole credere. Come possiamo restare vigili di fronte alla noncuranza che quotidianamente avvolge i nostri desideri?
Il rumore prigioniero del silenzio non riesce a fuggire dalle macerie lasciate dalla nostra incapacità di reagire, è l’orma dimenticata del dire.
Il sapere non sempre si rivela fonte di saggezza; spesso è una brezza malinconica che non richiama la nostra attenzione. La parola è rapita per una partita orientata solo al risultato: sottomessa e poco ascoltata, altera ogni verità in utilità, come se avere dei seguaci fosse una soluzione di comodità. Il corpo non regge più le fatiche del tempo. Nell’agire più disperato cerca emozioni, vibrazioni che, senza volerlo, accendono le tentazioni che credevamo sopite.
Tremano le parole perché non riescono a seguire le loro intenzioni, sono terremoti che fanno crollare gli edifici del capire, scossoni che aprono crepe e voragini di ogni genere così il linguaggio si riduce al semplice parlare, al titubante ascoltare. Tuttavia, un accumulo di distrazioni penetra nel nucleo più puro e sincero dell’anima, sono esplosivi installati nei punti più sensibili e disperati del sentire per demolire il centro dell’attenzione, della comprensione.
La polvere viene spazzata via dal vento, è il tempo della desolazione, frammenti di memoria perduti nella faglia dei ricordi mentre l’arido ardire del dire, del contraddire arruola soldati da battaglia. È autentico e drammaticamente liberatorio pensare che tutto possa rivelarsi una sventura eppure ogni implosione è sempre una nuova missione e le parole possono solo mettere un punto interrogativo sul senso del divenire, sul presente finire.
Francesco Colia
















