{"id":94,"date":"2011-12-04T15:31:36","date_gmt":"2011-12-04T14:31:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=94"},"modified":"2021-05-25T20:27:21","modified_gmt":"2021-05-25T19:27:21","slug":"lesilio-della-lingua","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=94","title":{"rendered":"L&#8217;esilio della lingua"},"content":{"rendered":"<div class=\"mceTemp\"><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da sempre il poeta ricerca la parola, l\u2019onoma, per dirla con Caproni, l\u2019essenzialit\u00e0 per esprimere in modo completo ed espressivo la propria esigenza del dire; nel tentativo di fare questo si \u00e8 spesso ritrovato dinnanzi ad una impossibilit\u00e0, a tal punto da balbettare, come Dante al vertice del Paradiso.<br \/>\nQuesto tentativo per\u00f2 non \u00e8 solo del poeta, ma dell\u2019intera umanit\u00e0 che si ritrova, da sempre, ad avere un\u2019esigenza di comunicabilit\u00e0 con l\u2019altro uomo, con i propri morti e con il divino; non \u00e8 paradossale dire ci\u00f2 in quest\u2019epoca che viene definita l\u2019epoca della comunicazione, anzi \u00e8 paradigmatico.<br \/>\nIl poeta \u00e8 alla ricerca di una lingua che elabori la parola, non solo con il fine oraziano del <em>labor limae<\/em>, ma soprattutto per cercare di giungere ad una lingua che non trasmetta un sentimento di esilio, tipico dell\u2019uomo che viene descritto come un Ulisse o un ebreo errante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fin dalla Genesi l\u2019uomo \u00e8 consapevole che \u201ci suoi discendenti saranno stranieri in un paese non loro\u201d (Gn. 15,13); saranno quindi in esilio. La parola <em>galuth<\/em> in ebraico significa appunto esilio. Dobbiamo affrontare un destino ineluttabile: sin dall\u2019inizio si ha dinnanzi a s\u00e9 l\u2019errare della diaspora, l\u2019esodo verso la Terra promessa, si \u00e8 sempre in cerca dell\u2019Eldorado, del Paradiso terrestre, dell\u2019isola di Utopia e della Citt\u00e0 del sole e anche nel secolo scorso, quando si dichiarava il nichilismo che elimina la dimensione trascendentale che potevano avere i luoghi prima elencati a favore di una realizzazione immanente dell\u2019<em>eschaton<\/em>, rimane comunque una volont\u00e0 di uscire dalla dimensione di esiliati. Quindi l\u2019esilio \u00e8 una caratteristica intrinseca all\u2019umano, \u00e8 una condizione che porta con s\u00e9 la speranza del ritorno ad una situazione beata ed originaria, una speranza nel passato direbbe Ernst Bloch.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma cos\u2019\u00e8 questo esilio?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 l\u2019esilio dalla patria, la <em>Heimat<\/em> che si cerca attraverso la lingua; l\u2019uomo si illude che non avendo pi\u00f9 la <em>Heimat<\/em> almeno abbia un <em>Heim<\/em>, un rifugio e un asilo. La Arendt afferma proprio che resta soltanto la lingua materna come rifugio. E Celan pi\u00f9 cautamente spera lo stesso: \u201cLa lingua, nonostante tutto, rimase non perduta\u201d. Ma guardando bene nessuno di loro per\u00f2 si disillude ed afferma che la lingua si \u00e8 perduta da tempo, da quando si \u00e8 nell\u2019esilio dalla terra. \u00c8 perduta insomma la lingua come \u201cdimora dell\u2019essere\u201d e l\u2019uomo si ritrova <em>sprachlos<\/em>, senza lingua, poich\u00e9 \u00e8 <em>heimatlos<\/em>, senza patria. Come vuole Heidegger, la patria \u00e8 nel linguaggio, in quanto \u201cdimora dell\u2019essere\u201d, \u00e8 nel linguaggio della parola originaria, la quale si presentava come parola poetica; ma se tale patria non si ha, \u00e8 perduta anche la parola poetica.<br \/>\nL\u2019uomo tenta, e in modo particolare il poeta, di trovare finalmente un asilo nella lingua, di ritrovare la parola poetica, poich\u00e9 \u00e8 consapevole del fatto che trovata la patria della lingua, trova anche la patria della terra. Il luogo della lingua che dovrebbe essere familiare, appare da troppo tempo estraneo e la lingua che ognuno ha, come ci dice Derrida, non \u00e8 la propria. La lingua che si usa non \u00e8 stata scelta, ci \u00e8 stata tramandata e il poeta si affanna per possedere una lingua propria, dove possa intimamente identificarsi, nel senso di identificarsi con la lingua nella lingua; il poeta cerca di usare con tranquillit\u00e0 il pronome Io in una lingua sua e posseduta, cerca di poter uscire dall\u2019uso impersonale. Questa ricerca che deve essere compiuta, di identificare se stessi \u00e8 portata avanti anche perch\u00e9 se completata vuol dire poter comunicare con l\u2019altro. La mancanza di una propria lingua, porta inevitabilmente ad un linguaggio, come afferma Celan, divenuto \u201cpane\u201d duro e raffermo, che si tenta di \u201cmasticare con denti di scrittura\u201d.<\/p>\n<p align=\"right\"><em><strong>Antonio Melillo<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da sempre il poeta ricerca la parola, l\u2019onoma, per dirla con Caproni, l\u2019essenzialit\u00e0 per esprimere in modo completo ed espressivo la propria esigenza del dire; nel tentativo di fare questo si \u00e8 spesso ritrovato dinnanzi ad una impossibilit\u00e0, a tal punto da balbettare, come Dante al vertice del Paradiso. 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