{"id":350,"date":"2012-02-29T16:00:29","date_gmt":"2012-02-29T15:00:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=350"},"modified":"2021-05-25T20:18:18","modified_gmt":"2021-05-25T19:18:18","slug":"ivan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=350","title":{"rendered":"Ivan"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;autunno era umido e piovoso e i degenti preferivano guardare la televisione nel grande salone del bar che dava direttamente sui viali alberati della Fondazione. Quella mattina, invece, il sole aveva inondato la terrazza di una luce incredibile. Le panchine erano tutte occupate, mi feci spazio tra le carrozzine e, in un angolo lasciato libero forse perch\u00e9 all&#8217;ombra, mi appoggiai alla ringhiera e accesi una sigaretta. La prima boccata di fumo la cacciai in aria con tutto il fiato che avevo, come se insieme al fumo avessi potuto espellere dal mio corpo e dalla mia vita il dolore senza misura che si era impadronito dei miei giorni e dei miei pensieri. Ogni volta gli infermieri entravano nella stanza di mio marito. \u201cPu\u00f2 uscire un attimo, per favore?\u201d \u00a0Afferravo la mia borsa e scappavo via dall&#8217;inferno. Lo chiamavo cos\u00ec il reparto di neuroriabilitazione, stadio successivo per chi usciva dal coma. Sulla porta di ogni stanza c\u2019era un numero di codice, da trenta a cento. Pi\u00f9 il numero era alto, pi\u00f9 si era senza speranze. Su quel piano erano quasi tutti codice novantanove, come mio marito che oscillava tra lo stato vegetativo e la minima coscienza. Non trovavo, sebbene mi impegnassi, un aggettivo adatto per definire la luce che c&#8217;era nell&#8217;aria quella mattina. Guardai in giro e, dall&#8217;altro capo della terrazza, Ivan sulla carrozzina, spinta da sua madre, mi salut\u00f2 con un cenno della testa, unica parte del corpo che gli era possibile muovere.\u201d Paralisi permanente dal collo in gi\u00f9 di origine traumatica\u201d. Meno di una decina di parole su un foglio bianco erano bastate per descrivere la tragedia di Ivan. Aveva sui capelli, lunghi e nerissimi, l\u2019inseparabile berrettino blu con delfino bianco e sigla della piscina dove aveva passato i pomeriggi degli ultimi dieci anni della sua vita. La tuta, di due taglie pi\u00f9 grande, accentuava la magrezza del suo corpo ancora acerbo di diciassettenne e il pallore del viso minuto, un viso delicato nei lineamenti ma fisso nell\u2019espressione. Gli occhi invece, vivi e inquieti, erano sempre in movimento, sembrava toccassero con lo sguardo ogni cosa per impadronirsene. Sulla terrazza, tutta quella luce dava contorni pi\u00f9 netti ad ogni cosa, tutto era pi\u00f9 nitido, pi\u00f9 palese e io riuscivo a distinguere i rami degli alberi pi\u00f9 lontani. Chiss\u00e0 se la stessa luce aveva illuminato la stanza di Ivan, quella maledetta mattina. La immaginai piena di poster, tanti cd, libri pochi, scolastici e tutti buttati da un lato, come a fare spazio a cose pi\u00f9 importanti. \u201cMa \u00e8 vero che tu sei una professoressa?\u201d mi chiese un giorno. \u201cNon l&#8217;avrei mai pensato\u201d \u201cE perch\u00e8?\u201d \u00a0\u201cMa perch\u00e8 non ce l&#8217;hai la faccia di una prof. E poi tu non sei antipatica\u201d. Ivan era cos\u00ec, ingenuamente schietto e diretto. Buttai via la sigaretta e raggiunsi Ivan mentre il suo cellulare incominci\u00f2 a squillare, la madre glielo appoggi\u00f2 all&#8217;orecchio ma lui spost\u00f2 nervosamente la testa da un lato. Non aveva intenzione di parlare con nessuno. In quel momento pensai alle tante cose che Ivan non sarebbe pi\u00f9 stato capace di fare da solo. Stropicciarsi gli occhi, soffiarsi il naso, grattarsi le orecchie e poi, asciugarsi le lacrime con il dorso della mano, stiracchiare le braccia, prendersi il viso tra le mani, mordicchiare una matita. Pensai anche che alcuni di quei piccoli gesti sono qualcosa di pi\u00f9 che una risposta a bisogni corporali, scaricano le nostre tensioni e insicurezze, ci aiutano ad esorcizzare emozioni e sentimenti pi\u00f9 profondi. Ecco, Ivan non avrebbe mai potuto passarsi le dita tra i capelli mentre la ragazzina pi\u00f9 carina che avesse mai conosciuto, lo stava fissando con interesse. \u201cTi va di fare un giro?\u201d mi disse con aria apparentemente distratta. Non era la prima volta, spingevo lungo i vialetti la carrozzina, mentre lui a testa bassa, osservava di sbieco le persone che incontravamo.\u00a0\u201cIeri mia madre mi ha portato alle terme\u201d mi disse a un tratto.\u00a0\u201dVoleva che facessi il bagno in piscina ma io le ho detto che non mi andava \u201d \u201cE perch\u00e9?\u201d \u201cE che ci vai a fare allo stadio se sei cieco?\u201d\u00a0\u201cBeh, potrei andarci in compagnia di uno che mi racconti la partita\u201d\u00a0\u201cQuesta \u00e8 bella! Perci\u00f2, ieri in piscina potevo portarmi dietro uno che nuotasse al posto mio a pelo d\u2019acqua? Avrebbe potuto spiegarmi cosa si prova a non andare a fondo! Sai che divertimento!\u201d Finiva sempre cos\u00ec con lui, riusciva a farmi sentire inadeguata, qualsiasi cosa io dicessi. Ma come mi era venuto in mente di dire quella stupidaggine! Come se Ivan non conoscesse gi\u00e0 la sensazione inesprimibile dell\u2019acqua che scivola sul corpo mentre l\u2019agguanti a bracciate e, con la mente libera da ogni pensiero, non senti pi\u00f9 i rumori del mondo, sei solo tu, il tempo e la forza di gravit\u00e0. Affrettai il passo, la carrozzina sobbalzava sui lastroni sconnessi del viale, il corpo di Ivan, sballottato, aveva qualcosa di buffo e drammatico. \u00a0Rimanemmo, per un tempo indefinito, silenziosi sotto un ulivo. Sentivo i suoi occhi piantati su di me come chiodi nel legno ma io, fingendo un interesse inesistente, tenevo la testa girata in direzione di due anziane signore vicino a noi che parlavano dei loro acciacchi. \u201cIvan alzati! Ivan, non fare il cretino alzati, ti ho detto!\u201d, \u201cmi senti Ivan, mi senti?\u201d, \u201coh Dio, Ivan!\u201d Chiss\u00e0 se aveva sentito le urla della madre mentre, con gli occhi sbarrati al soffitto, immobile, pensava \u201cuna capriola, solo una capriola!\u201d Non sentiva dolore, a dire il vero non sentiva neanche pi\u00f9 il suo corpo il giorno in cui, tra lui e tutto quello che poteva essere, si era messa una capriola, una fottuta capriola, di quelle che si fanno sul letto, una dietro l\u2019altra e non smetteresti pi\u00f9. Doveva essere una giornata come tante altre, la scuola, quattro morsi a un panino e poi di corsa in piscina per il campionato. E invece, la corsa in ospedale, il suono della sirena, il viso di sua madre e poi una nebbia fittissima e il buio, la mattina che il destino aveva deciso di fare una giravolta nella sua vita. E che poteva saperne, Ivan, che la sua adolescenza sarebbe annegata nel pi\u00f9 nero degli incubi! Fra cannule tracheostomiche, cateteri vescicali, piaghe da decubito, pompe a diffusione \u2026\u201cIvan! Ivan!\u201d Ad un tratto la voce di sua madre si materializz\u00f2 dal punto in cui iniziava il vialetto. Sobbalzai. La donna veniva verso di noi a passo svelto.\u00a0\u201cE&#8217; l&#8217;ora della fisioterapia, Ivan. Dobbiamo andare in palestra\u201d e con uno scatto gir\u00f2 la carrozzina. Adesso Ivan era di fronte a me e, per un tempo interminabile, i suoi occhi mi fissarono, la loro vivacit\u00e0 strideva con la fissit\u00e0 del suo corpo inerte. In quegli occhi c\u2019erano tutte le domande che l\u2019umanit\u00e0 continuava a porsi da secoli ed io sentii all\u2019improvviso un\u2019inquietudine, un malessere che non sapevo definire. Lo guardai allontanarsi, mentre i miei occhi lentamente si gonfiavano di lacrime che non avevo voglia di piangere, ogni parte del mio corpo era invaso da un dolore che non volevo sentire. \u00a0Non mi importava niente di Ivan, volevo piangere di me stessa e del dolore senza fine che aveva accartocciato la mia vita. Il dolore io l\u2019avevo incontrato un mattino di dicembre: la telefonata concitata di mio figlio, l\u2019aria ovattata di una sala di rianimazione e mio marito in un limbo dal quale non sarebbe pi\u00f9 tornato. Io il dolore l\u2019avevo attraversato e mi aveva attraversata, sparigliando i miei giorni come fa il vento con fogli leggeri sparsi su un tavolo. Questa bestia mi aveva accerchiata e trascinato in fondo a un buco nero dove era annegato tutto quello che ero prima. \u00a0E adesso volevo piangere, perch\u00e9 nessuno sapeva niente di me, di che cosa erano i miei pensieri. Dovevo piangere perch\u00e9 il dolore mi aveva reso implacabile, aveva pietrificato la mia anima, aveva cambiato la sostanza dei miei sentimenti. Quante volte l\u2019avevo guardato dritto negli occhi! Mi aveva schiacciata fino a togliermi il respiro. L\u2019avevo cercato sotto la pelle, mentre mi lacerava dentro e mi serrava la gola, avevo voluto sentirlo mentre si muoveva nel mio corpo e si impadroniva della mia lucidit\u00e0 per capire con chi avevo a che fare, per spiegarlo a me stessa. Ma il dolore non si spiega, nessuno mai sar\u00e0 in grado di spiegare per quale misteriosa ragione, anche quando invade ed espugna le nostre esistenze, continuiamo ad essere attaccati alla vita. Ormai era il compagno muto delle mie giornate. Lo temevo e perci\u00f2 facevo finta di ignorarlo, come si fa con un cane rabbioso che si \u00e8 messo sulla tua strada e cerchi di schivare, col terrore nel cuore. \u00a0E poi ti accorgi che sei tu stessa il tuo dolore e, per paura di sentirlo, non senti neppure te stessa, non senti pi\u00f9 nulla, nemmeno la pena per la paura negli occhi di un ragazzo di diciassette anni. Dopo che ti ha travolto, hai davanti a te una strada lunga e senza sentieri, devi percorrerla tutta. Anche adesso, continuavo a respirare, a maledire il traffico, a parlare del sole e della pioggia col mio vicino, a stupirmi ancora per i racconti delle mie amiche. E tutto questo non contava pi\u00f9 niente per me. Vivi e la bestia \u00e8 sempre l\u00e0, ogni tanto arraffi piccoli frammenti di quiete per la tua sopravvivenza ma lui \u00e8 sempre l\u00e0, non c\u2019\u00e8 nulla da fare, nulla, ogni tanto puoi piangere. Ecco, puoi piangere. Mi alzai dalla panchina, accennando un saluto alle due anziane signore. Restai ferma un momento con gli occhi chiusi e, quando li riaprii, tutto era come prima. Guardai davanti a me, poi cominciai a percorrere lentamente il viale che mi riportava all&#8217;ingresso, stupita sempre pi\u00f9 della luce che c\u2019era nell\u2019aria quella mattina.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"right\"><strong><em>Annamaria Sessa<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; L&#8217;autunno era umido e piovoso e i degenti preferivano guardare la televisione nel grande salone del bar che dava direttamente sui viali alberati della Fondazione. Quella mattina, invece, il sole aveva inondato la terrazza di una luce incredibile. 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