{"id":1550,"date":"2015-03-20T16:18:19","date_gmt":"2015-03-20T15:18:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=1550"},"modified":"2021-05-25T19:31:30","modified_gmt":"2021-05-25T18:31:30","slug":"editoriale-rivista-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filosofipercaso.it\/?p=1550","title":{"rendered":"Editoriale &#8211; Rivista 2"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 un giorno di festa il nostro ingresso nel mondo, generati non per restare isolati, concepiti non per una pura distrazione, s\u00ec, quel grido lanciato alla luce non \u00e8 altro che un desiderio di partecipazione al vento del vivere. Tuttavia, il tempo delle macchine e del frenetico progresso fin dal nostro primo gemito ci ricorda di non cedere alle lusinghe del donare. In passato ci\u00f2 che non conoscevamo non era oggetto di un feroce pregiudizio ma di una superficiale diffidenza nei confronti dell\u2019ignoto. La paura \u00e8 un sentimento che spesso viene associato alle persone ma quella pi\u00f9 comune, che distorce la verit\u00e0 dell\u2019uomo, si alimenta di superstizioni e fantasie. Oggi non \u00e8 la paura del diverso, dell\u2019altro che angoscia l\u2019uomo \u201ccivile\u201d ma il terrore di perdere ci\u00f2 che ogni giorno per lui rappresenta una testimonianza del suo procedere. Si <em>\u00e8<\/em> qualcuno perch\u00e9 si <em>ha<\/em> qualcosa e non importa se futile o superflua, il tempo delle macchine ci dice che si deve <em>avere senza tenere<\/em>. I nostri passi sulla terra non devono trovare quel senso di appartenenza con il mondo ma trovare attraverso esso una soluzione che possa difendere un unico principio: il possesso. Tutti vogliono possedere: le cose, le persone, i sentimenti, il denaro, un lavoro \u2026 dobbiamo biasimare chi pensa in questo modo? Il punto non \u00e8 il desiderio di una vita serena, ma gli effetti collaterali e la lenta caduta da quella partecipazione iniziale. Jean Jacques Rousseau afferma: <em>Il primo che, avendo cintato un terreno, pens\u00f2 di dire \u201cquesto \u00e8 mio\u201d e trov\u00f2 delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della societ\u00e0 civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: \u201cGuardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non \u00e8 di nessuno, siete perduti!\u201d<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><strong>[1]<\/strong><\/a><\/em>. Dunque, in gioco non sono i sentimenti, il sospetto verso l\u2019altro &#8211; <strong><em>lo straniero <\/em><\/strong><em>&#8211; <\/em>\u00a0ma la tutela di quella cinta che abbiamo alzato a difesa di qualcosa che ci illudiamo di possedere. Quello che noi chiamiamo confine in realt\u00e0 si chiama \u201csopruso\u201d, senso di estraneit\u00e0. <strong><em>Senza tenere nulla<\/em><\/strong>, ma agguantando solo per possedere, per nascondere, segniamo inequivocabilmente il nostro declino in una posizione miope e fragile. Oggi non sono il colore della pelle, gli indumenti, i nomi che ci spaventano; quello che cerchiamo di difendere \u00e8 il nostro essere \u201ccivile\u201d. Se il senso del vivere deve essere circoscritto al terreno di un \u201cghetto\u201d, ridotto ad una condivisione autorizzata, allora cosa \u00e8 veramente un uomo? E\u2019 necessario un permesso per soggiornare nel mondo? Non abbiamo i mezzi per sostenere una vita dignitosa per tutti e questo dovrebbe giustificare le nostre azioni? Fingiamo di difendere un luogo che dichiariamo<strong><em> nostro<\/em><\/strong> e in verit\u00e0 non conosciamo neanche chi ci abita a fianco. Partecipiamo alla vita, siamo parte di un progetto condiviso dove non esistono divisioni se non all\u2019interno di quella idea di possesso che viene propagandata dalla civilt\u00e0 tecnologica. Pur di avere, di non rinunciare ai nostri orpelli siamo disposti a chiudere gli occhi di fronte a tutto, a vivere nel buio pi\u00f9 profondo, a sbarrare la porta a chiave, con doppia mandata e in gran silenzio. Mentre qualcuno viaggia in posti esotici bevendo cocktail con ghiaccio altri invocano speranza dai propri simili, illudendosi di un riscatto che non arriver\u00e0 mai se non a costi altissimi. La speranza in una \u201cgabbia d\u2019oro\u201d \u00e8 illusoria, riponiamola piuttosto in coloro che hanno ancora quel senso di appartenenza al mondo e quel desiderio vivo di condivisione del proprio essere. \u00c8 un giorno di festa il nostro ingresso nel mondo quindi abbracciamoci forte intorno alla luce del vivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em><strong>Francesco Colia<\/strong><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Rousseau J. J. \u2013 <em>Origine della disuguaglianza<\/em>, trad. Giulio Preti, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Milano, 1999, pag. 72<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 un giorno di festa il nostro ingresso nel mondo, generati non per restare isolati, concepiti non per una pura distrazione, s\u00ec, quel grido lanciato alla luce non \u00e8 altro che un desiderio di partecipazione al vento del vivere. 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