4 commenti

  1. Cecilia Ciama

    L’assenza è soltanto una parola, le cui sfumature dipendono sempre dalla profondità del legame tra il nostro essere e ciò che siamo in grado di esprimere e/o cogliere. E’ illusorio cercare di dare un significato univoco al linguaggio perché è il proprio vissuto e la nostra sensibilità a colmarla di sensi, in un continuo movimento. Un vuoto che si riempie di frammenti di memoria, di emozioni soltanto nell’attimo in cui ripercorriamo il tempo a ritroso, perché l’assenza è sempre una cosa che percepiamo al tempo passato e tante volte non riusciamo nemmeno a rispettare i punti saldi del viaggio o riconoscere le ragioni che ci hanno spinto a partire. Trattasi di una persona, un posto, una canzone, un odore o di un’immagine impresa nell’anima e nella memoria perché speciali. Spazio sospeso nel tempo in cui si scivola nel tentativo disperato di recuperare quei brandelli del proprio io che non ritroviamo altrove. L’inconscia consapevolezza della nostra effimerità ci costringe a saldare legami con l’inconsistenza piena di significati dell’irrecuperabile. Così scendiamo dalla realtà e c’inseriamo in un labirinto alla ricerca del contrario, tendiamo disperatamente la mano cercando di attraversare il confine della propria dimensione, nella speranza di trovare una mano salda pronta ad afferrare la nostra. Ma quanto tempo possiamo restare in equilibrio su una corda immaginaria?

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