3 commenti

  1. Francesco Palmieri

    Un intervento che ha un chiarissimo fondo di malinconia, con quel rimando -per me implicito- al famigerato paradigma eracliteo: « Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. ». Francesco parla dell’ “irripetibile evento del non-tornare”, un doppio sintagma che sembra avere il carattere di inesorabilità che il pensiero classico attribuiva a quella deità ultima che era il Fato. L’irripetibilità, questo attributo esistenziale che di certo rappresenta uno dei cardini più duri della condizione umana e altrettanto certamente l’esperienza psichica fra le più disgraganti del campo emozionale profondo. L’irripetibilità sta certamente in vincolo stretto con la categoria della ‘perdita’: ciò che non si ripete, è ciò che inesorabilmente si è perduto, si tratti di un “oggetto d’amore”, di un tratto identitario, del tempo e persino di un semplice e quotidiano strumento, caricato tuttavia della valenza di una ‘sacralità’ tutta soggettiva. O ancora, come dice il titolo di questo intervento, di “un’occasione”.
    Il simbolo della ‘porta’ sembra rappresentare una via di fuga o d’uscita, quel punto in limine che, pur se lascia uscire e perdere, può anche lasciar entrare (altre occasioni, nuovi punti luce, eventi nascenti). Ecco, il “fiume eracliteo” nella sua inesorabilità di divenire irripetibile, di acqua che non conosce il cammino a ritroso, sembra avere il carattere fatale dell’immutabilità di destino (dell’Io e di tutte le cose), tuttavia rimane una “porta” che, fino a quando non sarà chiusa (luogo di addio permanente), rimarrà -nel suo essere spalancata ancora sulle opportunità dell’essere e del mondo- “il luogo” dal quale potrebbe anche accadere di essere ancora sorpresi. Ancora vivi e in cammino, come corpi, come cuori, come anime con l’impronta dell’eterno; e non importa che si tratti in sostanza di un’eternità psichica piuttosto che reale, storica. La continuità, l’arma tutta umana di cui l’irripetibilità spesso non tiene conto… In fondo, come amo dire: siamo essere tragici ma non del tutto fragili.

    Francesco

  2. Mors tua vita mea, verrebbe da pensare, ed è significativo il posto occupato dall’uomo nella scala di predazione. Ne è il maggiore esponente, si nutre della morte di tutto ciò che lo circonda, sentimenti compresi.
    Dal primo vagito all’ultimo respiro è un continuo attentato mordere la vita, in ogni suo aspetto.
    Dici bene, scacciamo la morte con la morte, inventiamo trappole ai nostri pensieri, le chiamiamo ideali, e ce ne facciamo paladini. Sempre in corsa, nella speranza di trovare un sollievo all’ineluttabilità della fine.

    cb

  3. Viky

    E’ proprio vero che siamo esseri distruttuvi, ma siamo anche costruttivi, nel mezzo c’è la nostra libertà di scelta. La porta aperta per me rappresenta proprio questo, possiamo illuderci per un attimo di poter vivere lontano da noi stessi, da ciò che siamo davvero, ma poi tutto intorno sembra gridare il nostro bisogno di essere noi stessi. Le circostanze non le possiamo scegliere, il destino è più forte della nostra volontà, ma le occasioni si!

    Bravissimo Francesco 🙂

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