
Stefano Marino
Il suo paese si affacciava sul Mediterraneo, un immenso specchio liquido tra le terre, sulle cui rive erano nate e si erano sviluppate varie civiltà, distanti per tradizioni, differenti per cultura, accomunate solo dall’amore per il mare. Era quello un mare antico, ricco di tesori ancora da scoprire, fonte di vita e di speranza, ma per molti ricordo di sogni infranti e di dolore. Cammino impervio, minaccioso, eppure scelto come via di transito o di fuga, una distesa da oltrepassare per raggiungere un diverso approdo.
Seduto sulla sabbia assolata, lo osservava ogni giorno e con la mente andava lontano, oltre a ciò che lo sguardo riusciva a vedere e immaginava l’altra sponda, la gente, le case, gli odori, i sapori, i rumori. Avvertiva il bisogno di conoscere il mare dall’ultima parte dell’orizzonte per immergersi in un’altra dimensione e scoprire la bellezza dell’incontro con l’ignoto. Lì voleva vedere le onde accarezzare la battigia prima di essere risucchiate dalla risacca. Lì voleva correre a piedi nudi sull’arena umida, raccogliere conchiglie da avvicinare alle orecchie per ascoltare il canto del mare. Si domandava se, cambiando prospettiva, la grande distesa di acqua mostrasse le stesse sfumature che lui vedeva dalla sua terra. Desiderava ammirare il sole tuffarsi tra i flutti per cedere il posto alla sera nascente e risorgere al mattino sulle acque ancora addormentate. Credeva nell’esistenza della ricchezza nel nuovo che si incontra sul cammino. Si ripeteva che il nuovo rappresenta il termine di confronto per ritrovarsi e che tutto ciò non sarebbe possibile se ad ognuno non fosse consentito di spostarsi, evitando così di restare ancorato alle poche certezze e alle verità sfumate imposte dall’”isolamento”. Per lui restare equivaleva ad andare contro natura, soffocare la libertà di essere, rimanere relegato in un piccolo spazio dove non avrebbe trovato le condizioni per svilupparsi pienamente. Rifletteva e ambiva ad attraversare il mare. Questo gli avrebbe offerto infinite possibilità, districando i fili raccolti nel gomitolo dei desideri e delle emozioni per poi accrescersi mossi dalla curiosità. Avrebbe appreso, accolto e come uno scrigno custodito, donando al contempo parte di sé.
Non era un gabbiano libero di volteggiare sul mare. Era un ragazzo come tanti, animato dalla sete di sapere. Il suo cammino poteva essere breve, ma nella sua brevità infinito. La bellezza era la meta, ma ancora di più il viaggio, già iniziato sognando un’altra riva, un altro porto, un’altra vita.
Maria Lucia Tarantino
Un brano che mischia paesologia, un diverso punto di vista riguardo la migrazione e la consapevolezza che incontrare l’Altro ci rivela qualcosa di noi ancora ignoto rendendoci in qualche modo compiuti.
Bellissimo…….sembra di leggere nel pensiero a ognuna di quelle persone…..<3
Molto bello
La squisita sensibilita’ di Maria Lucia travalica ogni ostacolo e giunge al cuore del lettore, affascinandolo.
La cultura e l’animo sereno aiutano a costruire ponti e dare spazio ai sogni di liberta’ di ciascun cittadino del mondo. Ma poi siamo noi uomini, gretti, ignoranti e privi di buon senso a costituire il principale baluardo alle sacrosante aspettative che furono dei nostri nonni, dei nostri padri e perdurano ad essere dei migrant di oggi.
Brava Lucia. Penso che tutti noi, in quanto esseri umani, abbiamo un nostro mare da attraversare per trovarci, per ricongiungerci alla riva cui sentiamo di appartenere. Negare questo, innalzare barriere, è uno scellerato abuso dai giorni contati. Grazie