Solo

heart

 

(Marco Goran Romano)

Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo.

Robin Williams

Basta una parola per significare uno stato d’animo e infinite parole possono risultare inadeguate per tradurre l’emotività. Difficile estendere e far uscire le proprie sensazioni in un mondo sempre più complicato e distante. Sostare e sostanziare l’essere verso una dimensione che possa mettere in relazione l’io e la natura più intima del sentire con l’altro. La parola “solo” può racchiudere in sé diverse condizioni di pensiero. Sono “solo” fisicamente? Mi sento “solo” interiormente?  Tutto si collega con intensità variabile e assorbimento diverso così il senso più profondo di ogni “incontro” mette in discussione il proprio spazio vitale e l’appartenenza alle idee fluttuanti del conoscere. La densità del contatto amplifica i pensieri e l’essere parte di qualcosa si tramuta in una condizione di possibilità e di dolore. Dunque, la genesi di un legame, che squarcia la solitudine dei sensi, implica inevitabilmente una caduta nella sofferenza perché la cura di se stessi e la centralità del significato passa attraverso l’altro e il tempo. Il “solo” assume contorni di fragilità e che sia io, tu o noi ogni emozione si plasma in una presenza continua. Il vuoto assume le forme più svariate così nel tentativo di negarlo e allontanarlo lo rendiamo passeggero dei nostri pensieri, delle nostre immagini, delle nostre parole. Il tempo sembra essere l’anello di congiunzione tra ciò che si è realmente e ciò che si è per il mondo con lasciti che non rimuovono l’estraneità a cui andiamo incontro ma determinano soltanto la nostra condizione di smarrimento. Si è “soli” nell’attimo dell’unirsi senza la purezza dell’essere, dell’essere con se stessi unicamente un appuntamento, esclusivamente un soggiorno. Ogni cosa è pervasa di ripetitività, con abiti diversi e spesso non traducibile nella sostanza del vivere così quando il dolore bussa alle porte del pensare la dimensione del nostro mondo si tramuta in essenzialità. “Io sono” è fardello e delizia, solitudine e moltitudine, gioia e dolore. Basta una parola per significare e infinite parole per dimenticare, di essere, di esistere, di  vivere.

Francesco Colia

 

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