La crisi genera arte o anche l’arte è in crisi?

(Immagine Spot Hirst)

Il 2012 si è indubbiamente aperto con l’enorme ombra della crisi sulla testa. Una crisi economica certamente ma non solo. Molto spesso si legge di come la crisi monetaria non sia che l’ultima prova di un profondo periodo di mutazione sociale in cui urge, violentemente, un cambiamento. Di certo ciò che di più percettibile è cambiato è il metodo di scambio delle idee: quello che prima aveva il tempo di essere assimilato e proposto con una maturazione più profonda, adesso è riversato sul pubblico con la fretta dell’improvvisazione, e lasciato in seguito al dato empirico. Si tratti di riforme politiche, sociali o di arte.Il confronto con il più prossimo periodo critico della storia è inevitabile. La crisi non meno profonda degli anni ’30 ha portato infine, valorizzazioni sia in campo sociale che artistico, forse l’unica differenza ammissibile è che in quegli anni, si lottava per risollevarsi dagli sforzi bellici,in questi, si lotta per risollevarsi da decenni di scelte sbagliate, dettate dalla perdita di un obiettivo comune a favore del benessere di pochi.Quello che si ottenne con i sacrifici del Novecento furono i miglioramenti sociali riuniti sotto lo slogan del “New Deal”(sviluppo della conoscenza del paese, sviluppo dell’assistenza sanitaria e pensionistica, dei lavori pubblici, ecc.) e che dall’America si propagarono in tutte le zone comprese nel conflitto, anche l’arte fu propulsore di rinsaldamento sociale proponendo progetti che potevano affrontare temi sociali, attraverso il teatro (ricordiamo collettivi artistici come il Group Theatre, la Theatre Union, e i gruppi teatrli formati interamente da operai, o nomi importanti come Bertold Brecht) o attraverso il cinema (indimenticabile “Tempi moderni” di Charlie Chaplin). L’arte pittorica vede due grandi correnti fronteggiarsi per trovare una via d’espressione adeguata ai tempi: da un lato il Realismo, nato dalla corrente positivista, e dall’altro la sperimentazione dell’Astrattismo e del Costruttivismo che avranno la loro sede spirituale nell’esperienza della famosa Bauhaus.In Italia in campo letterario, dopo il periodo Naturalistico abbiamo avuto nomi quali Benedetto Croce, Elio Vittorini, Montale, Ungaretti, Saba; nel campo artistico tra il Surrealismo e l’Espressionismo vedono la luce le riviste di dibattito culturale, prima fra tutte “900”.La crisi contemporanea probabilmente non è giunta ancora al lieto fine, sia in campo sociale che in campo artistico; ciò che il panorama culturale ci offre non ha nulla della spinta pionieristica di cui accennato sopra.Basti pensare, per parlare di eventi recenti, alle due mostre degli artisti più quotati dei nostri tempi: “All” la grande retrospettiva di Maurizio Cattelan a New York, e la selezione di 300 lavori di “Spot paintng” in esposizione contemporanea mondiale tra New York, Los Angeles, Hong Kong, Londra, Parigi, Ginevra, Atene e Roma di Damien Hirst.La prima, chiusasi il 22 gennaio al Solomon R. Guggenheim, vedeva 128 opere conosciute dell’artista appese tra la spirale progettata dal famoso F.L. Wright; opere semplicemente reperite (a grande costo, dai vari collezionisti) e appese a mezz’aria, decontestualizzate dalle installazioni a cui appartenevano e ammucchiate come in una vecchia soffitta. Chi non conosce l’operato dell’autore, non è avvezzo alle sue stranezze che, passibili di essere definite sensazionalistiche, mantenevano una certa dignità d’intenzione. Il Papa con il meteorite ad atterrarlo (“La nona ora” 1999) o Hitler inginocchiato (“Him” 2001) come pure il cavallo impagliato appeso anch’esso a mezz’aria (“Novecento”1997) avevano il valore di ricercare, in una forma neo dadaista, un’espressione nuova , in linea con i tempi consumistici di cui si nutre. Questa opera invece, si dice essere stata pensata per scoraggiare i galleristi nella volontà di allestire un’ultima retrospettiva dell’autore veneziano, che si vocifera essere in procinto di congedarsi dal panorama artistico. Fermo restando che questa voce ha più il sapore di una trovata pubblicitaria che altro, è impensabile che si propini come arte un riciclo smodato e persino controvoglia di opere già vendute. Le opere d’arte hanno un valore non solo in sé, ma comprese nelle particolari circostanze che le hanno viste alla luce, in special modo se si tratta di opere facilmente riproducibili, in cui ciò che è veramente artistico non è che il concetto. Alla stessa maniera Damien Hirst propone i suoi 300 lavori, tele con numeri di pois e dimensioni differenti, di cui egli è solo padrone intellettuale, perchè riprodotti artificialmente e in serie. Il concetto di riproduzione di un monotipo all’infinito, in questo caso anche in diverse copie, vista la portata dell’esposizione, non è nuovo al mondo dell’arte. Passiamo dalle icone ripetute di Andy Wharol, ai segni arcaici trattati a monotipi di Tobey; addirittura negli anni sessanta artisti come Larry Poons e Victor Vasarely avevano già trattato il tema della forma geometrica del cerchio e del punto in sequenza, e se vogliamo attribuire a questo tema, un valore nella volontà dell’ingrandimento delle tecniche di stampa, basti pensare al lavoro di Roy Lichtenstein, che risale a mezzo secolo fa. Demien Hirst era senza ombra di dubbio più apprezzabile nei suoi esperimenti di forme aldeidi che, per quanto controversi, facevano emergere delle problematiche e Cattelan, ha forse davvero toccato il cul de sac della propria arte.La rivoluzione sociale non si può esimere dal passare per una riforma artistica che parli con voce univoca dei tempi che sono, e non che si rivelino solo fotocopie sbiadite dei tempi che furono. Si attende una forma d’arte nuova, vicina ai cambiamenti sociali , forte, coraggiosa e non solo chiusa nell’impero economico che tiene in piedi. Forse è il caso di volgere lo sguardo altrove.

Elena Sudano

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… purché se ne parli

Mike Worrall

Il motto è “purché se ne parli” … ma se il modo in cui le notizie circolano e vengono fatte circolare viene sempre a ledere chi non ha voce, allora forse è il caso di chiedersi che senso ha l’attuale modo di fare informazione e che funzione hanno i mezzi che comunemente usiamo per fare quella che sempre più siti e social network chiamano (per essere solo allo moda?) CONTROINFORMAZIONE.

E’ giusto parlare della rivolta dei forconi, ma che senso ha che gente che non vive e non conosce affatto la realtà siciliana, esprima in merito giudizi azzardati?

La verità è che chi è povero non ha diritto ad avere parola, perché anche quella gli viene rubata dal potere, dalla strumentalizzazione dei media, della mafia, dei partiti.

Se non si fa nulla ci chiamano gregge, se usciamo dal gregge ci chiamano briganti. Comunque vadano le cose in Sicilia, l’unico messaggio che viene fatto circolare è sempre quello di un popolo ignorante in balìa di forze esterne.

E’ una terra maligna … come qualcuno ha detto, però è qui che viviamo e non sarà certo sentirsi dire mafiosi e fascisti che riempirà le tasche alla gente che ha perso il lavoro e che l’unica cosa che desidera è poter mantenere la propria famiglia.

Ogni presa di posizione rischia di essere strumentalizzata da chi non la condivide o semplicemente vuole trarne beneficio a discapito di chi la propone, ma qui a Messina siamo senza benzina e i supermercati sono quasi vuoti, eppure nessuno se la prende con gli scioperanti.

Al casello dell’autostrada mi ha fermato un uomo con la faccia consumata dal freddo, mi ha detto: “la prego, ci aiuti anche lei, siamo ridotti alla fame”.

Avrei voluto abbracciarlo, poter fare qualcosa di più che sorridergli e dirgli avete ragione, quando hanno licenziato i cuccettisti delle Ferrovie ho firmato la petizione, eppure cosa è cambiato per questa gente?

Domani toccherà a me, poi ad un altro e un altro ancora.

Penso che chi muore almeno abbia il diritto di scegliere se farlo in silenzio o gridando. La violenza delle parole e delle azioni, la prevaricazione, le intimidazioni, l’omertà dei siciliani è conosciuta in tutto il mondo, la dignità, la tenacia ed il coraggio è merce che non può transitare.

 

Antonella Foderaro

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L’uomo al balcone

Franco Fortunato

Definire il luogo e il giorno esatti non è necessario per raccontare questa storia; e non serve neppure sapere perché quel giorno io stavo passando proprio per quella strada. Se dovessi iniziare un vero racconto, di quelli con uno o due protagonisti, un bell’intreccio e magari un finale sorprendente, tutti questi elementi quasi sicuramente dovrei affrontarli fin dall’inizio, magari senza dare indicazioni troppo precise – come fanno a volte certi autori. Ma questo forse non è nemmeno un racconto e quindi posso anche cominciare così.

Era mattina, in una di quelle giornate di fine inverno o inizio primavera in cui si può camminare lentamente, guardandosi attorno – sempre se uno non ha un posto verso cui affrettarsi; quando è troppo freddo si desidera il tepore di un luogo chiuso e quando è troppo caldo si cerca l’ombra o un refolo d’aria, quel giorno invece si poteva camminare, non minacciava di piovere, per cui non era neppure necessario l’ombrello, che, anche quando è chiuso, è sempre d’impiccio.

Mi trovavo in una piccola strada residenziale: due file di palazzine decorose, ordinate, di due al massimo tre piani, con i loro piccoli giardini condominiali, ben curati; due stretti marciapiedi, le automobili parcheggiate su entrambi i lati; una strada a senso unico, da dove difficilmente si deve passare per andare da qualche altra parte.

 

Percorro lentamente il marciapiede, vedo le case, i giardini, le auto e non guardo nulla. A un certo punto mi accorgo di un uomo, forse il primo che vedo in quella strada o forse soltanto il primo che ho notato: sta in piedi sul balcone, al secondo piano di una palazzina a tre piani sul lato opposto a quello in cui io cammino. Ha sessant’anni o qualcosa di più, un paio di pantaloni marroni, un maglione anch’esso marrone, solo un po’ più scuro, porta gli occhiali. Non so perché l’ho notato: immagino controlli il poco frequente passaggio davanti al suo balcone e invece non mi nota, il suo sguardo è concentrato unicamente sul marciapiede che sta dal lato della sua palazzina.

Proseguo, faccio alcuni metri e l’uomo esce dal mio sguardo e intanto sull’altro lato mi viene incontro, anche lui lentamente, un altro uomo, più anziano, con una piccola borsa della spesa. Quando siamo alla stessa altezza, pur su due marciapiedi diversi, lui mi osserva. Lo capisco, sono una faccia nuova. Immagino i suoi pensieri: “non può essere un rappresentante, non ha né una valigetta né un campionario, non è un medico che fa visite a domicilio, non ci sono stati traslochi negli ultimi sei mesi in tutta la via e quindi non è un nuovo condomino, chissà… forse è un ladro mandato in un giro di ricognizione”.

Sto pensando a cosa sta pensando quell’uomo: anch’io penserei che sono un ladro. In quel momento sento per la prima volta il “ciao” dell’uomo sul balcone. Un “ciao” automatico, che non si aspetta di essere ricambiato, e infatti l’altro uomo procede per la sua strada, incurante di quel saluto sentito evidentemente tantissime volte. Un “ciao” triste, sommesso.

Mi giro e mi fermo, fingendo interesse per una siepe un po’ più curata delle altre. Passa ora una donna, anziana anche lei, portandosi e facendosi portare da uno di quei carrellini a due ruote per la spesa, anche lei è sull’altro marciapiede, come l’uomo di prima, ma viene verso di me – si deve essere incontrata con l’altro uomo qualche civico più in là, se questi non è entrato in uno dei vari cancelli; quando passa sotto il balcone, arriva il “ciao”, lei alza lo sguardo, ma non ricambia il saluto.

Ricomincio a camminare e arrivo fino in fondo alla strada, dove questa si interseca con un’altra in tutto simile, indistinguibile dalla prima, se non per uno che ci abiti o forse neppure da questi e durante questi pochi metri sento arrivare, leggermente attutiti, ma comunque distinguibili altri tre “ciao”. Non sento mai risposte. Allora decido di rifare la strada in direzione contraria a prima, ma sempre tenendo il “mio” marciapiede. Sembrava una strada deserta e probabilmente se un’ora dopo mi avessero chiesto quante persone avevo incontrato in quel mio silenzioso camminare, avrei risposto nessuna, avrei detto: in quella via non ho visto proprio nessuno, anche se mi avesse interrogato la polizia, come si vede in qualche telefilm. Invece quei “ciao” tristi mi servono a tenere il conto delle persone che sono passate lungo il marciapiede, che sono entrate o uscite da quella palazzina o da una vicina, che sono arrivate, hanno parcheggiato e sono scese sempre su quel marciapiede. Adesso sì, saprei dire, se interrogato dalla polizia – con una precisione di cui io stesso mi stupirei – quante persone sono passate in quel quarto d’ora nel marciapiede di quel lato della strada. Se mi chiedessero quante persone ho visto sul marciapiede dove io ho camminato, non sarei altrettanto sicuro, probabilmente esiterei e sarei subito scartato come testimone. Evidentemente qualcuno deve essere passato anche accanto a me, è improbabile che tutti gli abitanti di quella via abbiano deciso proprio in questo giorno di usare quell’unico marciapiede.

Quelle persone, nel loro camminare anonimo, sono esistite per me soltanto grazie al “ciao” dell’uomo del balcone. O forse esistono affinché l’uomo del balcone possa dire i suoi “ciao”. Oppure ancora esistono soltanto nel momento in cui l’uomo del balcone li saluta e poi misteriosamente spariscono.

Il mondo dell’uomo del balcone non arriva all’altro marciapiede, a quello dove io sto camminando, e infatti quando passo lì vicino, proprio in linea con il balcone, nonostante quasi mi fermi e mi metta a osservarlo, non mi saluta, non scatta il “ciao” che invece accompagna le persone che passano dall’altra parte. In qualche modo ho cercato il suo “ciao”, ma non è arrivato, perché sto dalla parte sbagliata del mondo. Ho la tentazione di attraversare la strada, di passare nel mondo dell’altro marciapiede; controllo se arriva un auto, mi ci vorrebbe meno di un minuto, ma esito, ho paura.

Mi sto convincendo di una cosa: i “ciao” dell’uomo non sono indirizzati alle persone che si trovano a passare sotto il suo balcone; per uno strano disegno o per una fortuita combinazione, quando l’uomo del balcone pronuncia uno dei suoi sommessi e automatici “ciao”, lì sotto passa un’altra persona, e i due fatti non sono per nulla collegati. Forse se domani mi trovassi ancora qui, alla stessa ora, sentirei ripetere dall’uomo i suoi “ciao”, negli stessi momenti e con gli stessi identici intervalli tra l’uno e l’altro, indipendentemente dal fatto che qualcuno stia passando lì sotto; potrei scoprire che l’uomo del balcone ogni giorno ripete i suoi “ciao”, sempre negli stessi momenti, con la regolarità di un orologio. Oppure domani potrei assistere alla stessa scena: passa l’uomo con la borsa della spesa, “ciao”, passa la donna con il carrellino, “ciao”, forse in questa strada c’è una casualità regolare, quotidiana, o forse c’è un ordine più complicato, che si ripete ad esempio ogni diciassette giorni.

Mi basterebbe attraversare la strada per scoprire se quel saluto è legato all’improvviso apparire di una persona sul marciapiede o è un pensiero di quell’uomo assolutamente indipendente da qualunque cosa succeda fuori da quel balcone e dal suo cervello. Ma se attraversassi la strada e l’uomo mi salutasse non saprei ancora come stanno le cose: mi ha visto davvero e ha deciso di indirizzarmi il suo “ciao” oppure faccio parte anch’io di quell’ordine misterioso per cui i “ciao” dell’uomo e i passanti stranamente si sovrappongono?

Preferisco non tentare. E mi allontano.

 

Luca Billi

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